Parladivino / Storia del Vino
Una piccola storia
Quando nell'VIII secolo a.C. le prime imbarcazioni greche lasciarono la patria dirette verso nuove terre, iniziò una nuova era enologica per il resto dell'Europa. Dalle loro navi i coloni videro le coste italiane, ora sabbiose, ora rocciose, poi quelle francesi, quelle spagnole sino a sfidare le colonne d'Ercole affacciate sull'ignoto. Testimoni di una civiltà raffinata, impiegarono poco a modificare impianti produttivi arcaici, a mettere a dimora i tralci di vite che si erano portati dalla Grecia, e portarono un nuovo alimento, il vino, nettare degli dei. Sì, episodi di vinificazione erano presenti anche in Italia, ma come chiamare vino quella bevanda aspra, tannica, che non dava piacere, se non l'ebbrezza, lasciando la bocca insoddisfatta.
Il vino greco era invece un distillato della loro civiltà così che oinos divenne vinum e poi vino, vin, wine, Wein, ossia assunse in tutte le lingue un nome simile come succede con i prodotti nuovi (al contrario di quelli preesistenti che in ogni paese assumono un nome segnatamente diverso). E in Italia il vino cominciò a essere prodotto in quantità. A Sibari, porto della Calabria ionica, un enodotto d'argilla convogliava il vino da imbarcare. Ma che vino! Pieno, caldo, spesso dolce. Nasceva da piante basse, costantemente potate, alimentate dal calore del sole e da quello riflesso dalla terra. Maturava su quegli alberelli un'uva zuccherina, che dava corpo e anima a un vino senza asprezza.
Gli Etruschi, invece, praticamente non conoscevano la potatura lasciavano arrampicare le viti sui tronchi delle altre piante ad alberata; le loro viti generavano frutti maturati all'ombra sia della chioma degli alberi su cui si appoggiavano, sia di quella delle proprie foglie; quindi senza sole e così aerei da non godere neppure del calore della terra. Con tali uve aspre quasi quanto quelle selvatiche, quale vino potevano generare? I vigneti della Magna Grecia si spinsero sino nella Campania felix dando vita a vini che i Romani, secoli dopo, impararono ad apprezzare. Come erano però difficili da trasportare nelle anfore, o nei più grossi dolium, anch'essi d'argilla, e perciò fragili: bastava un colpo e litri e litri di vino venivano buttati, insieme con il lavoro che era costato. E poi occorreva rivestirle inteinternamente di pece e di resine che non giovavano alle caratteristiche del vino. Furono proprio i Romani, quando portarono l'aquila imperiale nella regione delle Dolomiti, a scoprire, stupiti, un recipiente che avrebbe segnato una nuova era dell'enologia. Videro cioè che gli indigeni conservavano il vino in solidi contenitori di legno, le botti galliche. Scoprirono anche che quei cl vino in solidi contenitori di legno, le botti galliche. Scoprirono anche che quei cti galliche. Scoprirono anche che quei contenitori miglioravano il vino, anziché peggiorarlo come le anfore. E allora le anfore fecero il loro ingresso nel museo della store fecero il loro ingresso nel museo della storia, mentre le botti si perfezionarono da rudimentali che erano. Il vino divenne più facile da trasportare; anche via terra, perché le botti non temevano certo qualche inevitabile scossone mentre percorrevano sui carri la via Emilia, l'Aurelia, l'Appia, o la Flaminia.
Un giorno, però, tanta ricchezza sembrò dovesse finire. Guerrieri venuti dall'Est, che parlavano lingue sconosciute, attraversarono con galoppi devastanti campi, vigneti, orti. Al loro seguito genti affamate alla ricerca di una terra generosa in cui fermarsi, e i loro passaggi divennero sempre più frequenti. Il paesaggio si abbruttì: campi devastati, case razziate, e quando non erano i barbari a scorazzare indisturbati erano le soldataglie allo sbando di un impero finito. È che il vigneto, una volta che lo si impianta, non dà subito frutti buoni. Bisogna aspettare anni per ottenere grappoli ricchi di zuccheri. "Ma da qui a tre anni", pensava l'agricoltore, "quante volte passerà qualcuno a rubare, devastare, razziare?". Così, cercando anche luoghi più sicuri, preferì dedicarsi a colture più rapide come gli ortaggi, o a piccole produzioni di cereali che in meno di un anno danno un raccolto.
Furono le abbazie, spesso lontane dalle strade più battute, che conservarono la vite in quanto necessario per celebrare la messa. Per secoli la vite sopravvisse a stento sino a riconquistare spazi e importanza nel cuore del Medioevo e diventando, almeno in Italia, una importante voce economica. Nelle guerre tra signorotti locali, fatte di rappresaglie e di dispetti, la distruzione del vigneto della città nemica era una prassi per ferirne, talvolta mortalmente, l'economia e l'orgoglio.
All'inizio dell'età moderna nacque l'attuale era enologica, con l'invenzione della bottiglia, recipiente che, opporn l'invenzione della bottiglia, recipiente che, opportunamente tappato, permise in Francia di "inventare" lo Champagne. L'Ottocento fu in Italia un secolo di riforma; vini che come il Barolo erano dolciastri e incapaci di invecchiare assunsero nobiltà; altri vinificati improvvisando l'uvaggio furono ridefiniti come nel caso del Chianti. Ma l'impulso decisivo al miglioramento della produzione nazionale ebbe luogo nel secolo successivo, esattamente nel 1963, quando fu varata la prima legge, il DPR 930, che disciplinò la produzione dei vini a Denominazione d'Origine, cui nel febbraio 1992 seguì una nuova legge, la 164, attualmente vigente, che ordinò il sistema delle denominazioni.
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